Dalla storia di Israele una spinta per rinnovarci nella fede...

Esilio e pandemia

Riflettendo sul periodo che stiamo vivendo, ci ha molto aiutato l’incontro con don Federico Giuntoli, docente presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, proposto on line  dalla Cappellania di Careggi .

Il biblista ha intercettato nella storia d’Israele  un tempo davvero difficile: l’esilio in Babilonia (589-538 a.c); un tempo di destabilizzazione  e cambiamento per tutto il popolo, che può dire qualcosa anche a noi su quanto abbiamo vissuto e continuiamo a vivere con la pandemia.

Non si può naturalmente fare un parallelo strettissimo tra esilio e Covid, ma si possono mettere in dialogo questi due tempi di profonda crisi.

L’esilio in Babilonia fu l’unico, vero, forte, terremoto che ebbe nella sua storia Israele perché con l’esilio ha rischiato di perdere tutto, ogni tipo di identità e di sussistenza.

Perde infatti  la Terra, la “terra promessa”. I babilonesi  occupano la Terra che è persa e persa per sempre perché poi verranno i persiani, gli ellenisti, i romani.

Perde la benedizione data ad Abramo. Da benedizione diviene maledizione perché perde ogni tipo di prerogativa delle promesse.

Perde la corretta  discendenza (Abramo-Isacco-Giacobbe-Giuseppe), su cui tanto insisteva Dio, perché andando in esilio si corrompe il seme con i matrimoni misti.

Perde il Tempio, il luogo del culto, della stessa presenza di Dio con l’Arca dell’Alleanza. I babilonesi distruggono il Tempio e si perdono le tracce dell’Arca. La presenza di Dio scompare con il Tempio e con essa la liturgia, il culto; non rimane più niente.

Quindi  senza Terra, senza Discendenza, senza Tempio, il popolo è annullato. Inoltre Israele con l’esilio perde anche il Re (Sedecia), la monarchia. Questo piccolo popolo viene preso e inserito come prigioniero in un impero vastissimo e altissimo in quanto a economia e cultura. Cambiano quindi la geografia, la lingua, la religione, il culto, la medicina, le usanze. Con l’esilio il popolo di Dio perde, nella megalopoli dell’epoca, la sua anima più sacra.

Secondo il costume dell’epoca il popolo che vinceva in guerra aveva la o le divinità più forti. Quindi Israele ha la riprova che il loro è un Dio minore.

Israele, invece di “globalizzarsi”, si ritrae da questa realtà minacciosa e inizia a sviluppare la propria interiorità. Non avendo più una struttura socio-politico-religiosa in cui riconoscersi, sviluppa  una struttura interna che dura tutt’oggi per gli ebrei e per noi cristiani: il monoteismo, il culto interiore e una considerevole parte delle Scritture.

Se fino a poco tempo prima dell’esilio c’era ancora molto politeismo in Israele, molta  confusione  intorno all’esistenza di un unico e solo Dio, il non avere più un re fu l’impulso determinante per considerare che c’era sempre un Dio che pasceva e governava il suo popolo. Questo fece sbocciare il monoteismo.

Durante l’esilio si passò dal culto esteriore e cerimoniale a quello interiore e personale. Con la distruzione del Tempio e la deportazione  non ci fu più spazio per una religiosità legata ad atti di culto formali e si crearono le  condizioni favorevoli per la ricerca di un contatto diretto con Dio.

In Esilio nascono i racconti di creazione del mondo: dal caos all’ordine, dal vuoto e dal nulla alla bellezza ordinata; nasce il racconto del diluvio: dalla distruzione del “vecchio” mondo alla creazione di uno nuovo; nasce il racconto della Torre di Babele: il progetto di empia presunzione di Babele/Babilonia di arrivare fino al cielo viene bloccato da Dio; nasce il racconto della vocazione di Abramo che diviene la prefigurazione di quello che avrebbero dovuto fare gli Israeliti quando il tempo dell’esilio sarebbe stato compiuto: tornarsene dalla Caldea alla Terra promessa.

Israele rilegge e ricomprende la propria storia, la attualizza a seconda delle nuove necessità.

Questo accade in un tempo di crisi in cui Israele stava morendo; l’esilio gli ha insegnato ad abitare i conflitti e a mediare, ritrovando in modo nuovo e creativo la propria identità.

A più di 2400 anni di distanza Israele esiste ancora perché ha saputo gestire bene il momento in cui si stava per consumare la sua distruzione.

Alla luce di questo incontro biblico pensiamo che anche per noi oggi sia doveroso vivere la storia che ci viene incontro con un’accettazione attiva della realtà; questo ci fa interrogare sul  periodo di lockdown. Personalmente lo abbiamo vissuto come un tempo di silenzio e di raccoglimento e, nonostante la “chiusura”, in profonda comunione con la Chiesa in preghiera per tutto il dolore provocato dalla pandemia.

Come molti altri abbiamo continuato i vari gruppi biblici  sulle piattaforme informatiche  e trasmesso il rosario dalla cappella della Madonna. Per noi è stato un grosso impegno, ma ci rendiamo conto che abbiamo riproposto solo ciò che già facevamo in presenza.

Ci auguriamo che anche per noi sia possibile vivere questo periodo di cambiamento come uno stimolo per elaborare forme altre,  per approfondire  e crescere maggiormente nella nostra dimensione di fede come singoli  e come comunità ecclesiale.

 

Beatrice e Marisa
Oratorio Santa Maria delle Grazie